GIUSEPPE,
DA UN CENTRO DI CURA AD UN ALTRO:
LE DIFFICOLTA’ DEI SUOI GENITORI PER NON ABBANDONARLO MAI
(novembre 2001)
Insieme a mio
marito scrivo questa lettera per raccontare l'esperienza vissuta dalla
nostra famiglia in quasi quattro anni di calvario. Si, perché proprio
di calvario si è trattato.
Il 28 marzo
del 1998 nostro figlio Giuseppe, che ora ha 26 anni, ha avuto un brutto
incidente stradale in cui ha perso la vita una sua amica, Laura, e un
suo amico, Andrea, è rimasto ferito insieme a lui. Dopo quasi due
anni Andrea è guarito, anche se ha subito l’asportazione della
milza.
Giuseppe, invece,
a tutt’oggi non è ancora autosufficiente perché deve appoggiarsi
alle stampelle per camminare e ha ancora molti problemi fisici che sta
affrontando con un intenso programma di riabilitazione. E pensare che
prima di quell’incidente era un paracadutista militare della Folgore,
un vero sportivo e un appassionato al suo lavoro. In ogni caso ringrazio
Dio per averlo ancora vivo accanto a me.
Appena subito
l’incidente, nostro figlio fu ricoverato per tre mesi in stato di coma
all’Ospedale S. Camillo di Roma; quando fu dimesso, lo portammo
all’Ospedale S. Anna di Crotone in Calabria, dove siamo rimasti
tutti insieme per altri quattro mesi. Nel reparto di terapia semi-intensiva
pian piano Giuseppe ha cominciato a migliorare, pur continuando ad avere
problemi assai seri e dovendo sottoporsi a interventi tipo la tracheostomia
o il sondino naso-gastrico. Però anche in questa fase di indubbio
miglioramento rimaneva sempre una sorta di "tronco umano", poiché
aveva gambe e braccia rigide e la testa completamente girata su un lato.
Dopo questa
permanenza a Crotone, con tutte le difficoltà facilmente immaginabili,
siamo arrivati a Roma, dove Giuseppe è stato accettato dall’Istituto
di Riabilitazione Santa Lucia e affidato alla Dottoressa Rita Formisano,
veramente competente in fatto di traumatizzati cranici; qui è stato
curato molto bene.
Per noi familiari
è stato uno stress terribile, poiché oltre al dolore per
vedere nostro figlio ridotto in quello stato dovevamo fare tutti i santi
giorni su e giù dal nostro paese, Fabbrica di Roma, per venire
a trovarlo e assisterlo: aveva, infatti, bisogno di tutto e, soprattutto,
della nostra vicinanza.
Dopo essere
stato nuovamente dimesso, per decorrenza di termini, Giuseppe è
stato ricoverato per altri sei mesi alla Clinica Villa Immacolata
di S. Martino a Viterbo; per noi è stato un altro periodo di pendolarismo
tra la nostra casa e questo nuovo luogo di degenza. Dimesso anche da lì,
siamo ritornati al Santa Lucia, questa volta in day hospital, per
altri dieci mesi; in quest’occasione però, con mia grande sorpresa,
sono venuta a sapere che nel frattempo era sorta "Casa Dago",
una struttura che è come una casa di accoglienza per chi, come
nel nostro caso, viene da fuori e non sa dove andare. A Casa Dago io e
mio figlio abbiamo trovato alloggio, assistenza e tanto affetto; mio marito
- che non vede più tanto bene - si è potuto così
risparmiare quei viaggi quotidiani, evitando altra fatica e rischi.
In questa struttura,
realizzata appositamente per i post-comatosi come Giuseppe, ci siamo trovati
benissimo. Ci siamo sentiti quasi come a casa nostra e in più protetti:
avevamo tutte le comodità - come il pulmino che ci portava all’ospedale
per fare la riabilitazione e poi veniva a riprenderci - la nostra stanza
– confortevole, con angolo cottura e bagno interno – e in più eravamo
liberi di uscire. La psicologa di casa Dago, la dolcissima dottoressa
Federica Bruni, infatti si è sempre adoperata per condurre
i ragazzi al cinema, a mangiare tutti insieme una pizza o addirittura
in visita a mostre interessanti. Insomma, veramente un’organizzazione
molto efficiente e una dimensione umana e coinvolgente.
Alla Signora
Maria Elena Villa, ideatrice del progetto, bisognerebbe fare un
monumento: infatti questa madre, dopo aver avuto un’esperienza simile
ma ancora più tragica della mia, invece di rinchiudersi in sé
stessa, ha avuto forza, sensibilità, umanità e coraggio
esemplari. Anziché pensare solo al suo dolore, ha pensato di lenire
quello degli altri e di aiutarli a recuperare il più possibile
il proprio caro.
Tutta la nostra
famiglia, Giuseppe per primo, deve molto ad questa donna tanto disponibile.
Di persone così ce ne sono poche. Noi siamo stati fortunati ad
incontrarla.
Annunziata
Moroni - Fabrica di Roma
N.B.) Chiunque
volesse mettersi in contatto con Giuseppe e la sua famiglia può
rivolgersi all'A.R.C0.92 Onlus che provvederà ad inoltrare la richiesta.
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